Mi chiamo Angela, ho 41 anni e sono mamma di tre bambini di 13, 6 e 4 anni. Sono “guarita” da un cancro al seno metastatico al terzo stadio, che aveva colpito i linfonodi ascellari, e che è cresciuto insieme alla mia bambina in uno dei momenti più belli e delicati della mia vita.
La diagnosi mi è stata comunicata quando ero incinta di 7 mesi. Una gravidanza non cercata, ma arrivata come un dono inatteso, che si è presentata in un periodo in cui stavo molto male a causa del Covid. Avevo un forte dolore al braccio destro, che solo dopo ho collegato alla malattia: un segnale che, col senno di poi, è stato come un campanello d’allarme nascosto.
In quel periodo scoprii anche di aver contratto il citomegalovirus, e iniziarono tanti controlli per rassicurarmi che la bambina che avevo in grembo stesse bene. Poi, la notizia che mai avrei immaginato: un tumore al seno di 5 cm. Io pensavo solo ad allattare mia figlia, e invece era una “bestia” che stava occupando il mio seno. Me ne accorsi grazie a una testata del mio piccolo sul petto: sentii una protuberanza, simile a un livido o a una vena ingrossata. Fin dalla prima ecografia i medici avevano intuito di cosa si trattasse, ma erano cauti perché ero giovane, ed incinta. Un agoaspirato confermò che non era una singola massa, ma una zona tumorale frammentata.
Il primo specialista mi consigliò di portare a termine la gravidanza e poi valutare il da farsi. Ma io ero terrorizzata: sentivo che non potevo aspettare altri due mesi. Volevo vivere, far nascere mia figlia e crescerla. Avevo bisogno che qualcuno mi dicesse: “Adesso ci pensiamo noi”.
Cercai altri pareri e incontrai un medico che capì subito la mia paura e la mia confusione. Mi programmò tutti gli esami necessari, li prenotava per me, mi richiamava: mi fece sentire seguita e protetta. Decisero di farmi partorire anticipatamente, a 36 settimane, per guadagnare tempo e iniziare subito le cure. Mi fidai.
Poco dopo il parto, il senologo venne a trovarmi in reparto: “Ora hai pensato alla tua bambina. Adesso pensiamo noi a te”. Quel giorno ho sentito che non ero sola. Accanto a me c’erano lui, mio marito, i miei familiari, i miei suoceri che si prendevano cura dei miei bambini. Ho ritrovato amicizie che pensavo perdute. Ho scoperto una forza che non sapevo di avere.
Il percorso non è stato facile: l’intervento, le complicazioni post-operatorie, la chemioterapia. Ma non vedevo l’ora che i miei bambini tornassero a casa: volevo crescerli io, forse spinta dalla paura di non avere abbastanza tempo.
In ospedale , durante le chemio ho conosciuto AIMAC: in reparto c’era una collana di libri su come affrontare la malattia e come parlarne ai figli, più volte nei tempi di attesa ho letto e portato a casa quei fascicoletti.
Oggi la mia bambina ha 4 anni. Sono passati 4 anni tra cure adiuvanti e sperimentali, interventi e controlli. Il mio corpo è cambiato: sono entrata in menopausa precoce, io che mi sentivo ancora una ragazza senza rughe e senza capelli bianchi. Ora ho pancia e fianchi più morbidi, ma sto imparando a non essere severa con me stessa, a volermi più bene.
Racconto la mia storia perché spero possa dare coraggio a chi sta affrontando questo percorso. Perché possa ricordare a tutte l’importanza dei controlli e dell’ascolto del proprio corpo. E perché se oggi sono qui a parlarne è perché sono viva, e questa deve essere la speranza di tutte le persone che iniziano le cure.


