Chi sei? Parlaci un po’ di te
Oggi ho 38 anni, vivo in Toscana e lavoro come fotografa e insegnante di arte. Due anni fa la mia vita era molto diversa: avevo 36 anni, ero in Australia con un Working Holiday Visa, lavoravo, viaggiavo e mi sentivo completamente immersa nella scoperta. La mia è sempre stata una vita curiosa, in movimento, fatta di immagini, creatività e desiderio di esplorare.
Arriviamo alla comunicazione della diagnosi, come ti sei sentita in quel momento?
La diagnosi è arrivata in modo improvviso e sconvolgente. Dopo essere rientrata in Italia per alcuni problemi di salute: inizialmente una flebite alla gamba sinistra e una tosse persistente. Poi la notizia: tumore al polmone al quarto stadio, con metastasi nel fegato e alla pleura.
Una mutazione rara, ROS1. È stato come se il tempo si fosse fermato. In ospedale mi facevano capire che la situazione era molto grave. In quel momento ho provato paura, incredulità e una sensazione di sospensione, come se la mia vita di prima si fosse spezzata all’improvviso.
Chi ti è stato accanto?
In quei momenti così difficili non sono stata sola. La mia famiglia è stata un punto fermo, così come le persone a me più care. Anche il personale medico dell’ospedale Le Scotte di Siena ha avuto un ruolo fondamentale: oltre alle cure, ho trovato umanità, attenzione e competenza. Sentire di essere seguita e creduta ha fatto una grande differenza.
Credi che il percorso che hai affrontato ti abbia resa una persona diversa?
Sì, profondamente. La malattia cambia lo sguardo sulle cose, ridimensiona ciò che prima sembrava importante e dà un valore nuovo al tempo. Ho imparato a vivere in modo più presente, a dare spazio a ciò che conta davvero e ad accettare anche l’incertezza. Non direi che sono diventata un’altra persona, ma sicuramente una versione più consapevole di me stessa.
Com'è avvenuto il tuo incontro con Aimac?
L’incontro con Aimac è avvenuto durante il mio percorso di cura, nel momento in cui avevo bisogno non solo di informazioni, ma anche di orientamento e comprensione. Trovare una realtà che mette a disposizione strumenti chiari, accessibili e umani per chi affronta una diagnosi oncologica è stato importante per sentirmi meno sola e più consapevole.
Chi sei oggi?
Oggi sono una persona che convive con una storia importante, ma che continua a vivere, lavorare e progettare. Dopo un ricovero di 20 giorni, un drenaggio polmonare e l’inizio di una terapia di immunoterapia (non chemioterapia), a meno di due anni dall’inizio delle cure il tumore è quasi completamente scomparso. Le TAC mostrano oggi residui cicatriziali negli organi che erano stati coinvolti. Sono ancora una fotografa, un’insegnante, ma anche qualcuno che ha attraversato qualcosa di grande e ne porta i segni, dentro e fuori.
Perché hai deciso di condividere la tua storia?
Ho deciso di condividere la mia storia perché credo nel valore della testimonianza. La mia è una mutazione molto rara, ROS1, per la quale esistono ancora poche terapie specifiche: io stessa mi sto curando con un farmaco pensato per un’altra mutazione. Per questo sento forte il bisogno di sostenere la ricerca. Raccontare la mia esperienza significa dare voce a chi si trova in situazioni simili, ma anche mostrare che, anche quando tutto sembra finito, la medicina e la vita possono ancora sorprendere. È un modo per restituire senso a ciò che ho vissuto e, se possibile, offrire speranza.


