di Vera Martinella

Un milione di italiani riceve la diagnosi quando è ancora in attività lavorativa e quattro milioni di caregiver sono lavoratori. Poco sfruttate le leggi promulgate a garanzia dei malati e dei familiari che li assistono

Degli oltre tre milioni e mezzo di connazionali che vivono dopo aver ricevuto una diagnosi di tumore, più di un milione si è trovato a dover affrontare la malattia insieme agli impegni legati alla normale attività professionale. A questo numero già imponente vanno poi aggiunti i ben quattro milioni di caregiver oncologici, ovvero coloro che si occupano del sostegno ai pazienti. Sono soprattutto familiari: mogli, mariti, figli che, nell’assistere un proprio caro, vengono catapultati in un turbinio di visite, viaggi in ospedale, esami, code nelle Asl o negli studi medici. Un piccolo esercito in crescita, visto che il numero dei casi di cancro è destinato ad aumentare. Una schiera di persone travolte sia da ansia e timore sia dalla spirale «burocratica» che la malattia comporta.
«Esistono però leggi ancora poco sfruttate, che possono e devono essere applicate», sottolinea Elisabetta Iannelli, vicepresidente dell’Associazione italiana malati di cancro (Aimac), che ha condotto, in oltre 20 anni di attività, numerose battaglie per il riconoscimento di diritti fondamentali per tutelare la disabilità oncologica e difendere il posto di lavoro di chi è colpito da questa malattia.

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